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Storia
di Salvatore, gran chiavatore
di
Fernando
Bassoli
Salvatore
il Chiavatore era nato da una famiglia scalcagnata, senza una lira
da cinquanta generazioni, cioè da sempre, ché i Mastracci di Tor
Pignattara erano una razza a parte. Pareva ce l’avessero scritto
nel dna, di dover sempre tribolare per sbarcare il lunario in mille
e una maniera, sperando in una svolta che non arrivava mai, capace
di cambiargli la vita da un giorno all’altro e trasformare in
sorrisi le smorfiette sghembe che deturpavano le loro facce
deturpate dai digiuni forzati: quelli che toccano a chi ha le tasche
vuote e le palle piene di tutte le ingiustizie che ha dovuto
sopportare da quando ha messo piede in questo mondo d’inferno.
Salvatore faceva il Cinturaro a Porta Portese. Vendeva cioè cinture
di finta pelle per quattro soldi. Ad un certo punto, però, era
finito in mano agli strozzini più carognosi di Roma ed era stato
risucchiato dal vortice degli interessi, precipitando nel baratro
dei buffi. Avere questi guai, in Italia, era fin troppo facile, dato
che si nasceva già indebitati fino al collo. Il problema, poi, era
pagarli, ché la vita è un lampo: volano le settimane, i mesi e gli
anni… ogni milione diventa dieci e ogni dieci cento, finché
arriva la resa dei conti e lo strozzato di turno deve alzare
bandiera bianca, scoprendo le chiappe. L’Economia del Paese, poi,
mica gira sempre come una trottola in festa, dove tutti vendono e
comprano e dunque mangiano a quattro palmenti… Nell’arco di una
vita ci sono momenti di crisi a bizzeffe e, almeno una volta, tocca
ad ognuno far conoscenza con la signora Fame. È una tipaccia che
sarebbe meglio non incontrare mai sulla propria strada, ché, a
farci una passeggiata insieme, si rischia di diventare molto, ma
molto cattivi. Fino al giorno in cui il cervello comincia a girare
per conto suo, e non lo controlli più: è lui che decide, e decide
sempre di far piangere qualcuno pur di mettere qualcosa sotto i
denti. Morte tua, vita mia: è questa la legge infame del mondo. E a
quel punto, si salvi chi può, ché subito dopo scatta la legge del
Menga: chi l’ha in culo se lo tenga. La regola vale per tutti,
tranne che per Salvatore. Lui era proprio un buono, diciamo pure un
coglionazzo. Uno dei pochi, o almeno così sembrava. Certo, era un
po’ strampalato, lunatico, incazzoso. A volte faceva delle
sfuriate senza senso, più che altro per sfogarsi, ma, con tutti i
casini che aveva passato, si poteva chiudere un occhio… Era
burbero e ignorante, un grosso scopatore (non a caso lo chiamavano
‘il Chiavatore’) e spesso alzava il gomito. Ma, come già s’è
detto, buono e generoso. Confidava sempre nella Divina Provvidenza
e, lavorando come un mulo dalla mattina alla sera, cercava di non
dare di testa, convinto di riuscire a scrollarsi di dosso i debiti
che gli lievitavano sulle spalle al dieci per cento mensile. Senza
considerare gli interessi degli interessi: i cosiddetti anatocismi
inventati dal diavolo in persona, ché erano proprio quelli che gli
avevano scavato la fossa. E lui già ci stava dentro con un piede e
mezzo. Perché uscirne fuori, dalla palude degli anatocismi, una
parola che pare una malattia, e in effetti fa ammalare la gente,
anzi: crepare, non era una cosa tanto semplice, per uno che vendeva
cinture a cinquemilalire l’una (diecimila per gli stranieri).
Mandare avanti la baracca - e casa Mastracci era una baracca vera e
propria, tirata su alla buona su una sponda del Tevere -, si faceva
sempre più dura anche per un torello come lui, che pure aveva due
spallone da orango e le braccia da sradicatore di querce. La moglie
Arabella ne sapeva qualcosa, della forza di quel bestione. Forse il
problema di Salvatore era stato che, quando tornava a casa la sera,
trovava la moglie Arabella - da giovane era stata una cellacchiona a
quattro stelle - e, come la vedeva, perdeva la fiammella della
ragione, le montava addosso, l’infilava manco fosse una cagna in
calore e la sbatteva e risbatteva da una parte all’altra. Ogni
sera la stessa storia: non perdeva un colpo.
“Aaaah... aaah... béccate ‘st’asso de bastoni!”
sghignazzava, tutto sudato, mentre l’infilzava da par suo. Dopo
anni ed anni, sembrava non essersi ancora stufato. Lei,
invece, non ne poteva più, ma sopportava di buon grado, pensando ad
altro.
“Ma me vòi bene, me vòi bene?” chiedeva ogni tanto, ansando,
giusto per rompere la monotonia.
“Come no, come no... girate, va’!” ribatteva il Chiavatore,
stantuffando su e giù.
“Ma mi ami? mi ami, amo’?”
“Come no... Senti quanto!“
“Ma quanto?”
“Tanto… tanto… aah…”
“Ma tanto quanto?”
“Mo te lo faccio vedé… vie’ qua, però, piegate un po’...
Aaah... tanto come ‘sto pilastro: beccalo, è tutta salute!”
“Amore, amore...”
Amore oggi, ti amo domani, indigestioni di cazzo tutte le sere,
Arabella aveva passato la vita a gambe larghe ché, anche quando non
scopava, sfornava un figlioletto dopo l’altro, manco fossero
pizzette. Dopo il settimo figlio, s’era ripetuta sempre la stessa
scena: la sera lei serviva a tavola tremolando, palliduccia e
silenziosa, come se avesse qualcosa da nascondere, e il marito
veniva colto da una specie di presentimento.
“’Mbe’? Te vedo strana: me devi dì qualcosa o te so’ venute
le masturbazioni?”
“Magari me fossero venute.”
“Perché magari?”
“Perché voleva dì che non ero rimasta incinta un’altra
volta!”
“Mortacc... ma che, è mio pure questo?” chiedeva Salvatore,
sbattendo un pugno sul tavolo che faceva schizzare la brodaglia
fuori dal piatto.
“Di chi vòi che sia? Mica m’avrai preso pe’ ‘na zoccola?”
“Che ne so, io? il cefalo me pare che nun te dispiace.”
“Che c’entra? se battevo er marciapiede, a quest’ora mica
vivevo dentro ‘na baracca, no? Chiedi scusa.”
“Pure questo è vero. Comunque ‘na cosa è certa: se ‘sto pupo
è fijo mio, è tutta grazia di Dio! - tagliava corto lui -. Tiralo
su tu, però: io ciò da lavorà e di sicuro nun ciò tempo da perde
a spazzà er culo ai pupetti che se cacano sotto.”
“Certo: ce penso io, amo’. Me vòi bene, però, me lo vòi,
bene?”
“Ooooh... ‘na cifra, Arabe’. Ciài pure i dubbi?”
“Ma non pensi che forse sarebbe arrivato er momento de infilatte
i... preservaf... i cosi... quando che me te ingroppi?”
“I che?”
“I preferva... tibi?”
“Ah, i cosi. Lassa perde: ce l’hai un’idea, de quanto
costano?”
“Lo so, lo so… ma qua due so’ le cose: o te dai ‘na bella
calmata o ‘sta casa diventa un asilo. Io vojo bene a tutti, ma
mica so’ fatta de cemento armato.”
“Nooo… già devo sgobbà come un negro tutto il santo giorno con
quelle cinture sceme… posso stà a impazzì pure a letto, co’
quei cazzo de cosi?” la stroncava Salvatore. Di preservativi,
proprio non ne voleva sapere, e continuava a fottere come un riccio,
vivendo alla giornata. Una sera, però, Arabella ci riprovò. Al
momento giusto, mentre facevano a caccia e metti,
“Ma te costa proprio tanto?” sussurrò.
“Ma che?”
“Coprirti er creapopoli?”
“Ancora? Ma chi te l’ha messa in testa, ‘st’idea
bislacca?” protestò il chiavatore, tirando fuori la mazza dalla
gnocca della moglie. So’ vent’anni che scopamo e semo stati
tanto bene così!”
“Avemo pure fatto do-di-ci ragazzini, però! Dico: do-di-ci!”
“E chi se ne frega…” ribatté lui, poi prese la mira, si lasciò
cadere sopra di lei e le affondò di nuovo il pippolone in panza.
“Io vojo scopà, scopà e riscopà! Se metto al mondo cinquanta
fiji, li mantengo tutti e cinquanta co’ ‘ste du’ braccia! Mi
sfondo de lavoro, hai capito? mi sfondo de fatica come ti sfondo de
cazzo!” urlò.
“Ma almeno... me vòi be...” fece per chiedere lei, ma questa
volta Salvatore le tappò la bocca con una mano.
“Sì, sì... nun me lo ripete trenta volte al giorno, però: me
fai ‘na capoccia così, co’ ‘sta storia...” borbottò.
“Ma però tu me vòi be...” replicò lei, e allora Salvatore le
sferrò un manrovescio sulla bocca, facendola sanguinare.
“Cazzo e cazzotti, a voi femmine!” strillò.
“Perché mi meni?”
“Perché parli troppo: muoviti di più e parlà de meno! Ti voglio
con la fica aperta e la bocca chiusa: lo sai, no?”
In quella, però, nella camerella si presentò Giannino, uno dei
dodici pupi.
“A pa’, a ma’… che state a fà?”
“Vaffanculo, Gianni’.” scandì il Chiavatore, continuando a
montare come se niente fosse.
“Va a giocà, cocco de mamma.”
“Me servono i soldi pe’ i videogheims.”
“Mamma te li dà. Dopo, però… torna dopo.”
“Dopo quando?”
“T’ho detto che devi annà affanculo, me capisci quando parlo,
ragazzi’?” ribadì Salvatore. Il pischello ci rimase male e filò
via.
“Perché lo tratti così, er fijetto nostro?!”
“Deve imparà a esse un òmo tosto: la vita è ‘na sòla pure
per lui!”
“Pòro cocco… ma poi la vòi chiùde la porta, quando che famo
su e giù?” protestò la donna.
“Aah, quante storie! Sei l’amore mio, tu?”
“Certo.”
“E allora fatte trapanà. Giù! Mettete a culambrina.”
“Va be’, va be’: ce lo sai che come me vòi, io me ce metto:
basta che te calmi, amo’.” abbozzò Arabella, sistemandosi a
novanta gradi.
“Nun te preoccupà de niente, ce penso io a fiji! Tz! lavoro pure
di notte, se serve. Alza un po’ la coscetta… Tie’, sollàzzate
co’ ‘sto pescione!” aggiunse lui, sguazzando e risguazzando
nella carne della sua donna, ormai sfatta da mille e una chiavata.
In quella, però, entrò Pinella, una delle figliolette.
“A ma’, me lo dai, un cinquino?”
“Hai pulito er cucinotto?”
“Tutto quanto. Pare ‘no specchio!”
“Allora aspetta che dopo te lo dò. Mo va a giocà, che è mèjo.”
“Ma quando me lo dai, quando me lo dai?”
“Dopo, dopo.”
“Ma dopo quando, se state sempre a scopà?”
“Ma quale scopà, quale scopà? bevi ancora er latte e già vòi
capì de scopàte? Aspetta almeno che te sbuciano, no? Mo vattene e
nun me scoccià più! - urlò Salvatore, paonazzo e sudaticcio, ma
anche distratto da quel trambusto, che lo innervosiva e gli faceva
smosciare un po’ il pisello -. Sei sempre qua che guardi e
riguardi quel che stamo a fà. Tra un po’ ce scatterai pure le
foto… Allora ce vedi bene, con quegli occhialetti che me so’
costati ‘na tombola?”
“Certo, papino: ce vedo!”
“E allora… vedi… d’annà affanculo, Mauretta!” gorgogliò
lui. Poi fissò la figlia e mollò una scoreggiona – broof! –
come per scacciarla via. La piccola infatti tagliò la corda, quasi
tramortita.
“Ma sei un maiale!”
“Che, lo sai adesso? Spostate a destra… così, brava.”
“E poi quella non è Maura, è Pinella! Non riconosci manco i
figli tuoi?”
“Davero era Pinella? però… s’assomijano.”
“Ce credo, so’ sorelle… roba da matti! se tratta così, ‘na
pòra creatura innocente?” gridò Arabella, che, ridendo e
scherzando, era già al settimo orgasmo.
“Quale innocente: non vedi che faccia da mignottella ha messo su,
‘sta paracula? Ne farà poche de pompette ai maschiotti, tra un
po’.” disse Salvatore, arrancando col fiato grosso.
“Pompette? da mo che le fa, Pinella… sapessi i maschiottelli che
fa felici.” ridacchiò Arabella. Lui allora rallentò i colpi
piano piano, quasi sbiancando.
“Che ti piglia, amo’? Nun è che collassi? Te vòi riposà?”
“Ma che hai capito, Arabe’? è che sto in estasi: me pare de volà
sulle nuvolette der Paradiso. Ce stanno pure l’angioletti
tutt’intorno. Li senti?” ansò il Chiavatore.
“Sìne, sìne. È l’amore, è che me vòi bene!” rispose a
memoria la compagna di tante battaglie. Intorno a loro, in effetti,
gli angioletti ci stavano sul serio. Il problema è che si
chiamavano Primo, Secondo, Terzo, Lucia, Sara, Filippetto, Giannino,
Pinella, Bruno, Maura, Silvio e Alvaro, l’ultimo della serie. E
quanto mangiavano ‘sti angioletti... e come frignavano, se non
mangiavano. E pure se mangiavano e non frignavano, quanto rompevano
l’anima coi cento capricci che hanno tutti i ragazzini, mai
contenti. E più passavano gli anni, meno erano contenti. I soldi
sembravano non bastare più. Dodici, poi, sono proprio troppi: una
squadra di calcio più il portiere di riserva. Per farla breve,
Salvatore diede di testa, stravolto dai buffi. Perse i capelli,
ingrassò come un bufalotto, si mise a parlare da solo e divenne
pure sonnambulo. In una parola: mollò di botto. Diventò così
strampalato che sembrava destinato a finire dritto dritto al Centro
d’Igiene Mentale: aveva sbroccato, perché aveva capito cosa vuol
dire chiedere i soldi a strozzo: non uscirne più e naufragare nei
casini. Ed era già tanto salvare la pellaccia, con certa gente,
dato che, in pochi anni, i venti milioni inizialmente ricevuti erano
diventati duecentotrenta, e ormai il meccanismo del “recupero
crediti” era scattato, inesorabile come una mannaia. Il Chiavatore
aveva preso a bere e si sbronzava ogni sera come un vecchio marinaio
impotente. Quando tornava a casa, erano botte da orbi per tutti,
Arabella compresa. Le mazzate volavano a rotta di collo, alla ndo’
còjo, còjo: se non erano pugni, erano calci, contro oggetti e
persone: tutto quel che capitava a tiro andava bene.
“Sono rovinato! – urlava, sconvolto dall’alcool -. E la colpa
è vostra: è pe’ mantené i cento vizi che ciavete, che so’
finito sul lastrico! Per far fare la bella vita a ‘sti fijàcci
maledetti… a ‘sta famija de merda!”
“Ma che dici, amo’? – replicava Arabella, strabuzzando gli
occhioni celesti, ingenui come quelli di una verginella -. Li hai
tanto voluti, ‘sti amorucoli... io te lo dicevo, che dopo ce
toccava mantenerli e daje da magnà!”
“Ma che dicevi, che dicevi, tu? Eri bona solo a provocarmi! Aprivi
le gambe a ventaglio… e te ne lavavi le mani, di tutto il resto...
tanto pagava ‘sto pagliaccio, e per tutti, pure. ‘Sta magnapane
a scrocco che nun sei altro… Perché non sei andata a lavorà come
tutti quanti gli altri, invece de spolparmi pe’ ‘na vita intera?
Non potevi annà a sgobbà pure tu, come la mòje del Mazinga?”
“De chi?”
“Eugenio er Mazinga, quello che raccàtta i cartoni pe’
strada.”
“Ah, già: er Cartonaro! Ma sua mòje nun faceva la baldracca?”
“’Embè? è un lavoro pure quello. I soldi a casa l’ha sempre
portati. L’importante è lavorà.”
“Ma ciài tutta ‘sta vòja de scherzà, oggi? Sei stato proprio
tu, che nun me ciài voluto mannà, a lavorà... io me l’ero pure
trovato, er posto sicuro...”
“Ma quando mai?”
“Al forno de Giovanni Pizziconi... er nipote di Mariarosa la
Cenciarola.”
“Tz! Bòno quello: te voleva solo inchiappettà, come tutte quante
le altre che gli so’ capitate a tiro de pisello. Però, a pensarci
bene, era mejo che ce andavi lo stesso!”
“Come facevo, poi, se stavo sempre col panzone zeppo de ragazzini?
Tra vivi e morti, sempre in attesa del parto m’hai fatto rimané!
Dodici creature una appresso all’altra, t’ho dato! Te le
ricordi, sì?” ribatté lei.
“Se so’ tutti miei, resta sempre da vedé.” commentò acido
Salvatore. S’era messo a ballonzolare di sghimbescio, come un
granchietto che caracolla sul bagnasciuga prima di sparire sotto la
sabbia. Allora Arabella prese un piattone di coccio, che riposava
contro una parete, e glielo lanciò – proprio lanciò, come si
lancia un fresbee – addosso. Lui, però, si scansò, e l’affare
prese una traiettoria sbirulenta, quasi guidato da una mano
invisibile, roteando fuori dal finestrone della cucina e finendo
inghiottito dalle acque limacciose del Tevere.
“Li mortacci tua, sei ammattita?” - chiese Mastracci, livido -.
Lo sai quanto costa, un piatto de quelli? Se me ‘chiappavi in
testa, poi, ce rimanevo stecchito, stronza che non sei altro.” urlò.
Poi si fece avanti, abbozzando un balzo goffo, da pugile suonato, e
le mollò un ceffone sordo in pieno viso, ma un ceffone diverso
dagli altri – definitivo - come se avesse voluto spazzarla via
dalla faccia della terra in un colpo solo. Arabella, infatti, non
sentì nemmeno dolore, perché capì che tra loro era tutto finito.
Perché è proprio così, tra due persone che si sono amate tanto,
pure troppo. C’è un momento molto preciso e maledetto, nel quale
entrambe percepiscono un odio sottile ma palpabile, senza
speranza… gli occhi diventano acquosi e si vorrebbe essere molto
lontano da lì, fuori da quella stanza e da quel momento schifoso,
lordo di nausea reciproca che ferisce lo stomaco. A quel punto, non
c’è più niente da fare: sono cazzi amari per chiunque.
Prigionieri, nelle guerre d’amore non se ne fanno: restano solo
carcasse putrescenti di morti e feriti gravi. La donna, infatti, non
disse una parola e si ritirò nella sua stanza, che poi era stata la
loro, fino a qualche mese prima, quando Salvatore aveva cominciato a
dormire sul divano della saletta, davanti alle donnine nude delle TV
private, tipo “Tele Lecco” o “Canale Figa”. Ci entrò a
testa alta, in quella stanzetta piena d’umidità, come una che
avesse preso una gran decisione. Ed infatti l’aveva presa, una
volta per sempre.
“Brava, vattene a nanna, così non rompi fino a domani. Tz, le
donne... solo schiaffi, meritate.”
Il mattino dopo, però Arabella non c’era più. Si era dissolta
nel nulla, risucchiata dalle viscere della terra. Di primo acchito,
Salvatore andò su tutte le furie e prese a calcioni ogni angolo
della baracca.
“Ma ndo’ cazzo s’è rintanata ‘sta matta? dovrà venì fòri
prima o poi, no?” gridava imbufalìto. Poi, però, volle ostentare
sicurezza agli occhi dei figlioletti.
“A pa’… quand’è che torna a casa, mamma? Noi ce sémo
stufati de magnà scatolette. Come cucina mamma, poi, chi cucina?”
non facevano che chiedere.
“Lo so, lo so. Bòni, torna presto.”
“Presto quando?”
“Forse pure domani.” li rassicurava il Chiavatore. Ma i giorni
scivolavano via sempre uguali e di Arabella non vi vedeva nemmeno
l’ombra.
“Non è che non torna più?” lo interrogavano i marmocchi.
“Come non torna? Torna, torna! Mamma vostra ce sta a fà un bello
scherzetto coi controfiocchi, ma domani torna. Tz! ce mancherebbe
solo che m’ammolla i fiji a me e se ne lava le mani. Le mamme ciànno
un cuore grande: pe’ i fijietti loro, farebbero la traversata
dell’oceano a nuoto - li rincuorava -. Pezzi de còre, so’ i
fiji per le madri…”
“E pe’ i padri?”
“Pezzi de merda. Ma nun me ce fate pensà, che è mèjo. Sennò vi
pianto in asso pure io da un giorno all’altro e dopo sì che so’
cavoli vostri.” troncava il discorso, sbraitando da par suo. E
nessuno fiatava, manco avesse parlato il verbo di Dio.
I mesi, però, passavano invano, i figlioletti davano segni di
pesante nervosismo e perfino lui non sembrava più tanto baldanzoso
e sicuro di sé come prima.
“È mai possibile che ‘sta matta ha tirato fuori la cresta
quando nessuno se l’aspettava più e m’ha dato il benservito a
‘sta maniera? - si tormentava -. Dopo tutto il bene che je ho
fatto, per nun parlà dei chilometri e chilometri de pisello che je
ho ammollato per farla stà bòna… pareva un angioletto, Arabella
mia… e invece era ‘na satanassa. Ma po’ esse? o è solo un
incubaccio? Io, poi, do’ la ritrovo una che fa i bocchini con le
labbrone da leprotta come le sue, che me piacevano tanto? Manco me
rendevo conto della fortuna che m’era toccata! Ma se ritorna,
stavolta cambio registro: la tratto come ‘na regina… je compro
pure la tazza del cesso d’oro zecchino!”
Una domenica mattina sul tardi, però – erano già le undici
passate -, suonò il campanello. Salvatore non credeva alle proprie
orecchie, che pure avevano sempre fatto il loro dovere. Balzò dalla
poltronaccia dove sonnecchiava e si precipitò ad aprire.
“Bambolotta mia! Vie’ qua che te trivello!”. gridò.
Sulla soglia, però, invece di Arabella si parò una montagna di
muscoli scolpiti di nome Nicola. Era un cagnaccio sguinzagliato per
recuperare grano, che metteva paura solo a guardarlo e sembrava
uscito da un filmone dell’orrore, di quelli da farsela addosso
dalla fifa. Il bestione non disse una parola. Ché non c’era
bisogno di dire nulla. Sparò soltanto, nel petto di Salvatore.
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